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25 aprile 2017 - IL PRIORATO DI DANTE E LE SUE CONSEGUENZE SULLA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA

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25 aprile 2017 - IL PRIORATO DI DANTE E LE SUE CONSEGUENZE SULLA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA

IL PRIORATO DI DANTE E LE SUE CONSEGUENZE SULLA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA

Un pubblico numeroso attento ed affascinato ha scoperto aspetti della vita di Dante forse nemmeno immaginati. Il relatore, il prof Marco Veglia dell’Università di Bologna, docente di letteratura italiana medievale, approfondito conoscitore delle opere di quel periodo, esperto e molto documentato anche sulle vicende storiche, durante la conferenza del 20 aprile presso l’Università di Bolzano, ha condotto gli uditori nei meandri del pensiero di Dante, della sua forte autostima e della sua necessità di non doversi discolpare di quanto successo durante il suo priorato iniziato il 15 giugno del 1300, che durato solo due mesi, gli costò innanzi tutto accuse infamanti e l’esilio fino alla condanna a morte in contumacia.

Dante fu l’unico tra i sei priori con cui divise l’incarico a dover subire conseguenze così gravi: evidentemente il suo ruolo era stato primario nelle decisioni e nei fatti svoltisi durante il suo priorato. In quel periodo concitato di violenze, ritorsioni e  vendette , in un clima avvelenato, egli decise di allontanare da Firenze sia  i fautori dei bianchi cui lui stesso apparteneva, insieme all’amico Guido Cavalcanti cui Dante doveva tutto , che i fautori dei neri. Sembrerebbe una decisione salomonica quella di allontanare i contendenti, ma le conseguenze furono terribili perché Guido Cavalcanti fu mandato in una zona infestata dalla malaria che lui contrasse in forma grave, cosa che determinò il suo rientro in Firenze senza tuttavia riuscire ad evitarne la morte. Le conseguenze per Dante sia sul piano umano che politico furono quelle che sappiamo anche perché I fautori dei neri rimasero esiliati da Firenze, cosa che gli fu perdonata nemmeno dopo molti anni.

 Il prof. Veglia, confortato dalla lettura di lettere inviate da Dante, della “Vita Nova” e di altre opere oltre che dalla approfondita conoscenza della Commedia, citandone a braccio brani significativi, ha formulato un’ipotesi suffragata da molti elementi di prova sulle motivazioni che indussero Dante a collocare il suo viaggio nell’oltretomba nella primavera del 1300 quindi in un periodo antecedente al suo priorato, molto prima di quando scrisse effettivamente la Commedia ( ad esempio l’Inferno fu scritto nel 1306) . Nella primavera del 1300, nel giro di pochi giorni Dante si trovava nella situazione emotiva di un uomo che è nel mezzo del cammin di nostra vita a 35 anni cioè, a dieci anni dalla morte dell’amata Beatrice e nell’atto di assumere la più alta carica politica cittadina e soprattutto non erano ancora successi tutti gli eventi, compresi atti cruenti,  avvenuti nel corso del suo priorato di cui altrimenti avrebbe dovuto discolparsi. E’ noto che Dante nelle sue opere parla di ciò che ha dovuto subire e patire, ma mai di quanto ha fatto lui ad altri. Ad esempio, quando descrive il sesto cerchio dell’Inferno e l’incontro con gli eretici, c’è la presenza del padre di Cavalcanti che gli chiede del figlio, ma è emblematica l’assenza di Guido di cui Dante parla usando un verbo al passato “ebbe” lasciandogli  intendere che sia morto a sua volta cosa che comunque non era ancora successa nel 1300.

Ambientare la “visione “ nella primavera dell’anno giubilare 1300 ha consentito a Dante anche di presentarsi come profeta di fatti apparentemente non ancora avvenuti e di cui era stato testimone negli anni successivi ( nella Commedia predice ben otto volte il suo esilio) e di far dire ai suoi grandi personaggi parole atte a valorizzare la sua persona, le sue grandi doti, il suo grande destino propiziato dalle stelle, i doni ricevuti dal cielo e non adeguatamente sfruttati come si fa rimproverare da Beatrice. Dante, ha affermato il prof. Veglia si riteneva veramente investito da Dio e quindi accreditato non solo per quanto riguarda il suo viaggio con il corpo nell’oltretomba ma anche dotato di potenzialità quasi divine.

La conferenza, molto impegnativa e densa ma altrettanto avvincente, una vera e propria lectio magistralis,  si è conclusa con una grande applauso.

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