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16 ottobre 2017 - RENZO CARAMASCHI

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16 ottobre 2017 - RENZO CARAMASCHI

Renzo Caramaschi, prima conosciuto come dirigente del Comune di Bolzano, oggi come Sindaco del capoluogo, qui si propone come prolifico autore. Nel corso della serata presenterà i suoi romanzi densi di contenuti legati alla storia e ai drammi di uomini in cammino alla ricerca di un mondo migliore.

I suoi romanzi:
“Il segno del ritorno” (2014)
“Di gelo e di sangue” (2015), finalista del Premio Rigoni Stern
“Un soffio di libertà” (2016 )
“Niente sponda di fiume” (2017).

Recensione a cura di Sonya Beretta, socia del Comitato Dante Alighieri di Bolzano, tratta da un numero del 2015 della rivista IL CRISTALLO, sul romanzo dal titolo "Di gelo e di sangue"

Sonya Beretta, bolzanina, giurista presso la P.A. è appassionata a tutto ciò che è arte, lettere e mondo classico. Collabora attivamente con diverse associazioni culturali della realtà altoatesina.

E’ stato scritto e detto de “l’ultima fatica di Renzo Caramaschi”. Ebbene mai antìfrasi fu più azzeccata. Il romanzo “Di gelo e di sangue” segue a ruota “Il segno del ritorno” e le due rigorose guide escursionistico-alpinistiche sui monti dell’Alto Adige e della Valle Aurina; precede quello che è attualmente in fase di incubazione ed è stato scritto in soli pochi mesi con una furia letteraria degna di un romanziere rodato, arrivando alla seconda edizione a poche settimane dall’uscita nelle librerie.
Sarà perché Renzo Caramaschi, giovane pensionato e giovane scrittore, ha svolto interamente la propria carriera professionale presso l’amministrazione comunale (di Bolzano) che abitua a ben altre fatiche, sarà per il suo amore per la montagna che abitua a ben altre fatiche, ma di fatica sembra non trovarsi traccia in “Di gelo e di sangue”.
Nonostante i fiorenti dietrològi che infiammano i mormorizzatori dell’ambiente letterario locale, qui ci troviamo di fronte alla prova provata che anche chi ha trascorso decenni dietro una “pesante” scrivania può ritornare a provare passioni. E che scrivere, innanzitutto per sé, è un privilegio che riattiva strati emotivi profondi.
L’amore totalizzante per la montagna e la fotografia hanno contribuito alla letter-altura di Renzo Caramaschi e sembrano avere coabitato nei pressi della tastiera del suo pc in quanto a passione, vividezza, densità, intensità della prosa, prudenza nella documentazione storica, premura nella ricerca della verità storica.
La casa editrice italiana Mursia, lontana dagli psicodrammi locali, ha pubblicato entrambi i romanzi di Caramaschi; il secondo, “Di gelo e di sangue” oggetto della presente recensione, viene pubblicato in occasione del centenario della Grande Guerra.
Il libro è una storia scritta dalla parte dei vinti, si sa vae victis, e descrive e condanna oltre ogni ragionevole dubbio la pazzia della guerra, di ogni guerra. Si tratta della vicenda durata complessivamente oltre sei anni di un gruppo di trentini, fra cui Umberto di Roncegno in Valsugana, il protagonista, giovane macellaio e novello sposo di Romilda conosciuta a Bolzano, nella realtà lo zio della moglie di Renzo Caramaschi, che nulla sa e nulla vuole sapere della guerra e che pensa a tutt’altro. Egli verrà chiamato alle armi dall’Imperatore Francesco Giuseppe e inviato nell’agosto del 1914 in treno in Galizia a combattere contro i russi.
“…Dopo che siamo scesi dal treno, e dopo tre giorni di marce forzate” brivido che rimanda alla prima e alla seconda strofa, tra le più commoventi mai scritte, all’andamento funebre e insieme luminoso e solenne del canto degli alpini “Monte Canino”.
Difficile rimanere immuni dall’assurdità della vicenda narrata. Assurdità ancor più dilatata, se possibile, se si pensa che in nome del patriottismo, che nel racconto-romanzo riesce perfino a far cambiare uniforme sulle spalle dello stesso uomo nel corso della stessa guerra, lo Stato impone ai propri cittadini il massimo dell’obbedienza e del sacrificio, trattandoli da sottomessi, senza una motivazione, senza una comunicazione, senza un perchè. La sottomissione rende i soldati, già intellettualmente depressi, difficilmente capaci di resistere ad una situazione sfavorevole o una cattiva notizia. Lo scrittore riesce a comunicare la estrema coartazione che subiscono i soldati: costretti ad approvare per patriottismo ogni rapacità del potere (“il loro impegno iniziava e finiva in quello sciocco camminare, nel controllo di nulla. Era una guerra di controllo del territorio, era un esserci senza possederlo”).
A parere di chi scrive, è necessario riassumere le fasi storiche in cui si articola il romanzo, per compenetrarne il tessuto narrativo.
In Galizia Umberto partecipa a micidiali combattimenti contro le truppe russe. Nel gennaio del 1915 è fatto prigioniero ed inviato nel campo di prigionia russo di Kirsanov dove incontrerà altri soldati trentini fra cui due suoi compaesani, l’ingenuo Paolo e quello che tutti chiameranno l’“Asburghetto” per la sua devozione al Kaiser, suoi compagni di strada che non ce la faranno. Qui l’abile penna dell’autore è stata capace di tratteggiare anche emozioni, dolori, sentimenti, colori pur nello sfondo di follia che governa l’intera trama, a segnalare che dopotutto “la vita continua”. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, a fine maggio 1915, Umberto insieme a molti prigionieri italiani, assumendo nei confronti dell’Impero dello Zar la veste di non belligeranti, godono di una residua libertà di movimento e si dedicano a qualche attività agricola, nelle sterminate terre abbandonate da milioni di russi chiamati a combattere contro gli Imperi Centrali.
Nel 1916 una delegazione italiana formalizza la decisione di molti irredenti, tra cui il protagonista, pur tra molte esitazioni, di optare per la cittadinanza italiana. Viene così organizzato il rimpatrio mediante navi che sono in partenza dal porto di Arcangelo, città sul Mar Bianco. La città resiste al governo bolscevico dal 1918 al 1920 e sarà roccaforte del movimento antibolscevico supportato dall’intervento dell’Armata Bianca. Il ritorno in Italia diviene tuttavia impossibile per Umberto e altri duemila commilitoni a causa delle condizioni climatiche estreme che non consentono alle navi di salpare, bloccate dai ghiacci. Umberto ritorna a Kirsanov dove trascorre gran parte del 1917 in quel villaggio sconvolto dai moti rivoluzionari interni. A piccoli gruppi, i soldati italiani fra la fine di dicembre 1917 e gennaio 1918 si dirigono ad Oriente, che appare l’unica via possibile per raggiungere la patria. Avviene così l’attraversamento della Siberia, terra ancor più desolata e densa di insidie fino a raggiungere la città cinese di Tientsin, non più “porta del cielo” ma piuttosto trasformata in “porta di ogni vizio” dove Umberto il 1° agosto 1918 presta il giuramento come bersagliere del Regio Esercito Italiano. Viene così inviato a Krasnoyarsk, nella Siberia Centrale, a fine novembre 1918 dove insieme ad altri compagni presidia la regione fino all’agosto del 1919 quando le forze dell’Intesa, a seguito dello sfaldamento delle truppe zariste, abbandonano definitivamente il progetto di sostenere un assetto istituzionale ormai morente. Finalmente nel febbraio del 1920 Umberto salpa dalla Cina e raggiunge l’Italia, dove sbarca a Napoli il 1° aprile del 1920. In Italia però trova sommovimenti popolari, scioperi, rivendicazioni sindacali: un’Italia che sta correndo fra le braccia del Fascismo e dove non c’è posto per i reduci. Grazie alla tenacia della ricerca delle fonti storiche l’autore ha rinvenuto il foglio matricolare di Umberto da cui si legge che egli fu insignito della “Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-1918” e della “Croce di merito di guerra”. Intuibile che ad Umberto questi riconoscimenti interessassero poco.
E’ questa una storia, ai più sconosciuta, della Grande Guerra. Sei anni fra Galizia, Cina e Siberia, di militari trentini che hanno vissuto lo sconvolgimento di un mondo che si è autodistrutto. Un sussurrato urlo contro la guerra, contro le guerre, e sullo sfondo la dignità di uomini che hanno subìto, ma sopportato con forza e con semplicità, gli squassi epocali dei quali sono stati inconsapevoli e involontari protagonisti.

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