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15 maggio 2018 - MARIA NELLA LETTERATURA ITALIANA

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15 maggio 2018 - MARIA NELLA LETTERATURA ITALIANA

«Ben venga maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore […]» cantava con la chitarra Francesco Guccini brindando alla tenzone poetica tra Cenne dalla Chitarra e Folgóre da San Gimignano.
La Società Dante Alighieri - Comitato di Bolzano «canta» – con questo articolo - l’arte, la luce, la grazia che si fissano nel linguaggio letterario italiano che, attraverso laudi, rime, canti e scritti, evoca e celebra la figura d’una «Donna» che con il suo bambino ha un ruolo straordinario nella civiltà europea (cfr. M. Cacciari, Generare Dio, il Mulino, 2017).

«Dall'XI al XII secolo la devozione nei confronti di Maria, o piuttosto della «Madonna» acquista una grandissima importanza nella religiosità medievale. […] Maria diventa in qualche modo la dama della società medievale» (J. Le Goff, Il Medioevo spiegato ai ragazzi, Laterza, 207, pp. 30-31).

Dopo il Cristo, Maria – dall’aramaico Maryam (ebraico Miryam) di origine incerta - è certamente la figura che ha dato più vita alla creatività artistico-letteraria. Francesco d’Assisi nel «Saluto alla Vergine» con parole, scavate dai testi biblici, e con la sua propria naturalezza lirica dà origine ad una poesia mariana d’alto livello:
Ti saluto, Signora santa,
[…]
Ti saluto, suo palazzo,
Ti saluto, sua casa.
Ti saluto, sua Madre.

Nel più celebre testo di Jacopone da Todi, «Donna de Paradiso», il Nunzio, come nota Auerbach, si rivolge alla Madonna con un appellativo anacronistico:

«Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso»

Donna ha qui il significato del latino domina: ai piedi della Croce/Albero di Vita Maria è una donna «attraversata dalla spada» mentre in Paradiso è propriamente «Signora».

Nel Paradiso dantesco san Bernardo amplia il participio passivo perfetto lucano (kecharitoméne) in quella terzina nella quale emerge, per frammenti estatici, il mistero della mediazione di Maria:

Donna, se’ tanto grade e tanto vali,
che qua vuol grazia a te non ricorre
sua disïaza vuol volar senz’ali


Nella canzone che chiude il perimetro intimo, dimezzato dal seguire le virtù o l’error, di Francesco Petrarca la Vergine è di sol vestita.

Nel Cinquecento, la grande amica di Michelangelo Buonarroti, Vittoria Colonna contempla la Vergine come stella del nostro mar chiara e secura,

Tralasciando appositamente la nota glorificazione che della Vergine avviene nella produzione manzoniana (ne I Promessi Sposi, negli Inni Sacri) ove la presenza di Maria si afferma su orizzonti che ricordano Dante, Petrarca ecc ... al fascino della Vergine non resiste il nostro e noto anticlericale e massone Carducci che nelle ultime strofe della Chiesa di Polenta sprigionano e tradiscono sentimenti di profonda commozione verso la Madre di Dio:
Ave Maria.
[…]
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Nel Novecento, il poeta che più d’ogni altro ha cantato la Vergine è Davide Maria Turoldo:

Colomba, Vergine-sposa, o Donna,
eterno sospiro dello stesso Iddio [...].

con una produzione poetica alimentata sì da canone biblico ma contestualmente da preghiera, visione, canto d’amore, profezia. Annunci che risuonano nell’Interrogatorio a Maria di Giovanni Testori ove attraverso un gruppo di fedeli alias coro del teatro classico invoca la Vergine Maria di ritornare tra noi :
«Nell’ora tarda, nell’ora, qui, della dorata sera, vieni, Madre nostra amata, vieni, cascina consacrata! [...] Noi ti chiamiamo. Di Te sete, fame, bisogno abbiamo. Vieni, porta disserrata, speranza disarmata, cima altissima innevata!»

 

Saggio a cura di Salvatore Pietro Reìna

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